Tra Sassari e Helsinki: una ricerca sul linguaggio che parla della Sardegna (e non solo)

Nata e cresciuta a Sassari, oggi lavora come insegnante, ma Elena Cuccu è molto di più. È una giovane ricercatrice che ha deciso di attraversare confini, geografici e accademici, per portare avanti un progetto di dottorato nato da una passione profonda per la lingua, il suo funzionamento e il modo in cui le parole si caricano di identità. Approfittando di alcuni impegni che mi hanno portato a Helsinki, l’ho contattata per farmi raccontare il suo percorso, il suo progetto, e cosa significa oggi, per una giovane sarda, fare ricerca in Sardegna e all’estero.
Un percorso che parte da Sassari
«Ho sempre avuto una forte passione per lo studio delle lingue – racconta Elena – «tant’è che oggi insegno inglese e italiano. Ma sin dai tempi del liceo capivo che non mi bastava imparare le lingue: volevo capire come funzionano, come sono strutturate e cosa si nasconde dietro il modo in cui parliamo. Questa curiosità l’ha portata a Siena, dove si è iscritta al corso magistrale in Language and Mind – Linguistic and Cognitive Studies, specializzandosi in linguistica, sociolinguistica e filosofia del linguaggio. La sua tesi di laurea, dedicata all’accusativo preposizionale nell’italiano parlato nella provincia di Sassari, ha gettato le basi per una ricerca che oggi continua sotto forma di dottorato presso l’Università di Helsinki.
Una domanda semplice (ma rivoluzionaria): “Hai chiamato a zio?”
Il tema della ricerca di Elena è il Differential Object Marking (DOM), un fenomeno linguistico che porta l’oggetto diretto di una frase ad essere preceduto dalla preposizione “a”: «Ho visto a mamma». Un uso che in Sardegna suona familiare, quotidiano, ma che secondo l’italiano standard è scorretto, tranne in contesti molto specifici.
«Mi sembrava normalissimo dire frasi come “Hai chiamato a zio?”, ma solo all’università ho scoperto che quelle stesse frasi, grammaticalmente, non dovrebbero esistere» spiega Elena. La domanda che ne nasce è affascinante: quanto l’italiano regionale parlato in Sardegna segue le regole dello standard, e quanto invece riflette una propria logica, influenzata dalla lingua sarda (e quindi dalle sue varianti regionali)?
Con l’aiuto dei suoi supervisori, Silvio Cruschina – un valido linguista, siciliano incardinato a Helsinki – e Pekka Posio, Elena ha formulato tre grandi interrogativi:
- Il DOM è un tratto sistematico dell’italiano parlato in Sardegna o solo un residuo marginale tollerato dallo standard?
- In quali contesti sintattici e semantici appare?
- Quanto incidono i fattori sociolinguistici – come istruzione e bilinguismo – sulla sua presenza o assenza?
Dalla teoria alla pratica: i parlanti e la percezione dell’uso
Già nella sua tesi di magistrale, Elena aveva coinvolto quasi 500 persone in un questionario nel quale veniva chiesto di giudicare la “naturalezza” di alcune frasi. «Con mia sorpresa, molte frasi con il DOM venivano percepite come “non naturali”. Questo mi ha fatto riflettere: forse in Sardegna siamo così abituati a leggere solo in italiano standard che perdiamo familiarità con le strutture del parlato, anche se sono nostre. All’inizio non capivo il motivo, soprattutto perché, da parlante, mi sembrava ovvio che quelle frasi riflettessero l’uso quotidiano». Un paradosso, questo, che apre riflessioni profonde sia sul piano linguistico che identitario: quanto il modo in cui leggiamo, studiamo e ci esprimiamo in pubblico finisce per allontanarci dalle nostre vere abitudini linguistiche e, con esse, dalle nostre radici culturali? La risposta è tristemente intuitiva.
Lingue che si influenzano: il caso in cui il “minoritario” lascia il segno sul “dominante”
In ogni caso, al di là della percezione dei parlanti, i dati raccolti finora sembrano andare verso una direzione chiara: il DOM in Sardegna non è un’anomalia, ma una regolarità, e quasi certamente risente dell’influenza del sardo. Tale scenario, se confermato, ribalterebbe una dinamica storica.
Normalmente, è la lingua dominante a influenzare quella minoritaria, ma nel contesto specifico potremmo trovarci di fronte all’opposto: una lingua da sempre descritta come minoritaria che lascia tracce sull’idioma dominante. È qualcosa che va oltre la linguistica: parla di convivenza, di resistenza, di identità. Non solo: apre all’interrogativo se la lingua sarda possa realmente essere definita minoritaria o non, piuttosto, semplicemente assopita, forse svilita, ma ancora vitale nelle sue strutture, tanto da influenzare l’italiano che l’ha soppiantata.
La voce (critica) del pubblico sardo
Per raccogliere nuovi dati, Elena ha ideato un secondo questionario online, questa volta con frasi da ascoltare e valutare. «Ho ricevuto 191 risposte. Tanti feedback positivi, curiosi, incoraggianti e ci tengo a ringraziare quanti hanno collaborato alla mia ricerca. Ma ho avuto anche alcune critiche che mi hanno colpita: c’è chi ha scritto che il questionario era “troppo lungo”, senza sapere che, per ricerche di questo tipo, ci sono parametri da rispettare, e non può essere ridotto a un quiz di tre domande. Peggio ancora, alcune persone hanno criticato chi ha collaborato con me alle registrazioni, prendendosela con le loro voci o con il loro modo di parlare. Queste critiche non solo sono state irrispettose verso il mio lavoro, ma sono anche state espresse sfruttando l’anonimato del questionario. È stato difficile leggere certi commenti anonimi, che non miravano a un confronto, ma sembravano soltanto voler sminuire il mio lavoro».
Eppure, anche da queste reazioni emerge una domanda cruciale: quanta consapevolezza c’è, oggi, tra i sardi, della ricchezza e complessità delle loro varietà linguistiche? E quanto spazio viene davvero concesso alla ricerca che le valorizza?
La strada verso Helsinki (passando per qualche porta chiusa in continente)
Ma la storia di Elena non è soltanto il racconto di un’esperienza di ricerca: è anche un paradigma. È, infatti, la storia di molti giovani ricercatori e ricercatrici sardi che trovano ascolto e riconoscimento all’estero, dopo aver ricevuto rifiuti in patria. «Quando ho fatto domanda di dottorato – mi racconta Elena – ero stata rifiutata da alcune università italiane, tra le quali ricordo Pavia. A Helsinki, invece, il mio progetto è stato accolto con interesse fin da subito, anche se a causa di un ristretto numero di borse di studio è stato deciso dalla commissione dell’università di non finanziare la ricerca. Nonostante questo, ho deciso comunque di accettare, perché mi sembrava l’unico spazio in cui la mia proposta veniva realmente riconosciuta. È stata una scelta difficile, ma che rifarei. Anche da “esterna”, ho sempre sentito un forte supporto da parte dei miei supervisori, con cui ho instaurato un dialogo aperto e molto stimolante».
Un gesto di coraggio, il suo, che personalmente condivido, ma anche un segnale d’allarme: non è affatto un mistero, infatti, che molte ricerche valide, proposte da giovani ricercatrici e ricercatori sardi, rischiano di non vedere la luce perché non trovano supporto nei circuiti accademici continentali.
Eppure, il valore del lavoro di Elena è stato confermato anche in ambito internazionale: «Posso dire che nel 2024, quando ho partecipato alla conferenza CIDSM a Manchester, un incontro internazionale dedicato alla sintassi e morfologia delle varietà italiane, ho avuto modo di confrontarmi con ricercatori e ricercatrici, spesso italiani, che lavorano in università sia italiane che estere, e la mia ricerca è stata accolta con grande interesse. È stato un momento molto importante per me, perché mi ha confermato che i temi che studio, anche se legati a una realtà locale, hanno una risonanza più ampia, e possono contribuire a discussioni scientifiche di livello internazionale».
Una lezione che viene da lontano, ma parla al presente dei Sardi
La storia di Elena non è soltanto una testimonianza individuale, ma una finestra su temi più ampi: il valore della ricerca linguistica e, in senso più ampio, culturale isolana, il ruolo dell’accademia nel dare spazio alle nuove voci, e la necessità di riconoscere e promuovere in ambito internazionale la ricchezza culturale delle cosiddette periferie, definizione oltremodo infausta, in un’ottica mediterranea, nella quale il centro fluttua continuamente sulle onde stesse del mare. In ogni caso, mutuando dalla filologia la riflessione sulle aree laterali, si può affermare che marginalità e conservazione dell’identità risultano spesso collegate tra loro, con l’annesso corollario di risvolti sia positivi che negativi. Come legate tra loro sono, in un certo qual senso, la Sardegna e la linguistica. Un nesso che prende le mosse da Max Leopold Wagner, bavarese di nascita, ma sardo d’adozione, e giunge fino ai giorni nostri, con Giulio Paulis, indagatore brillante e raffinato della complessità linguistica della nostra isola.
La lucida testimonianza di Elena invita a un’ultima riflessione: i giovani sardi che scelgono la via della ricerca non sono “cervelli in fuga”, ma radici in movimento, innesti – mutuando una bella immagine, cara a Joyce Lussu – in grado di portare un inestimabile valore aggiunto, laddove trovino terreno fertile per realizzarsi. E forse è giunto il momento di prestare loro l’attenzione che meritano.
Immagine: Gianluca Mandatori
2 commenti
Lascia un commento / Cummenta
I commenti saranno sottoposti ad approvazione prima della pubblicazione.















Orgogliosamente omonima di questa giovane ricercatrice, le auguro che la sua ostinata volontà di esplorare nuovi ambiti in un settore così complesso trovi il meritato successo e riconoscimento, non solo all’estero..
Interesante meda a beru.
Apo chircau in internet custu traballu chentza agatare nudha, a parte s’elencu e is ‘abstract’ de unu atobiu (https://rolinc.org/present-talks/).
A si podet iscriere su jassu internet po liggire custa chirca (sempere chi sa mere este de acordiu)?