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I due volti della Pratobello24 – S’Imprenta

S’Imprenta – Rassegna stampa dalla colonia

Come ogni sabato mattina su S’Indipendente

La lotta per la Pratobello si risveglia e va infine in commissione regionale: l’ultimatum di Mereu per martedì, il Presidio permanente del popolo sardo sotto la Regione, la dichiarazione di riapertura dell’assemblea plenaria dopo mesi per decidere.

La legge Pratobello24, sostenuta dall’omonimo gruppo di comitati, ha portato la lotta sul piano della proposta, e ha camminato per un periodo parallelamente alla protesta selargina del Presidio degli ulivi e di quello di Oristano contro lo sbarco delle pale.

Ormai la lotta è maturata al punto tale da poter trarre alcune considerazioni, non definitive, dato che ne avremo fino al 2030.
La società sarda ha dimostrato dinamismo, voglia di lottare e di incidere. I risultati sono stati positivi, dato il contesto internazionale, finanziario e mediatico, portato avanti dalla brutale forza dello stato italiano. Abbiamo resistito praticamente a mani nude, con il solo sostegno dell’Unione Sarda, unico tra i grandi media di massa ad avere dato spazio alla lotta.

C’è però un punto che è rimasto sospeso ai margini, l’altro volto della lotta. I comitati del gruppo omonimo alla legge Pratobello24 hanno scelto di stare solo sul campo energetico / ambientale, sfuggendo dalla questione principale.

Non hanno toccato chiaramente il cuore della questione, cioè la lotta non è contro inanimati pezzi di ferro, ma contro il colonialismo italico, volto a favorire le multinazionali, in un contesto di stravolgimenti globali.

E la Sardegna? E i sardi?
La questione sarda è rimasta fuori dalla questione “transizione”. Certamente si è parlato di autodeterminazione dei territori, ma non si è arrivati alle conclusioni naturali: siamo colonia, in quanto nazione distinta dall’Italia; altrimenti i pezzi di ferro non si chiamerebbero servitù, ma infrastrutture.
Non c’è lotta anticoloniale senza lotta nazionale (sarda). Negare questa impostazione significa lasciare il campo ai predoni italianisti che, da destra e da sinistra, strumentalmente cercano di cavalcare. Nel parlamento italiano è la sinistra ad opporsi, in regione è la destra: entrambi dall’opposizione. Su questo, il rischio è che la lotta venga strumentalizzata e gli attivisti passino per utili idioti del potere di turno.
Eppure abbiamo la certezza empirica e storica che con l’alternanza tra le due coalizioni coloniali italiane le servitù non sono diminuite, anzi.

Come ci decolonizziamo se non percepiamo di essere colonia, in quanto nazione differente dall’italia?
Ogni tanto riemergono alcune domande nelle analisi demoscopiche:
Ti senti sardo?
Ti senti italiano?
Ti senti sardo “ma” anche italiano?
Con il “ma” che obietta e nega la prima parte, come argomentato molto bene da Sara Corona all’evento Fàulas di qualche anno fa.

Questo sentimento è stato misurato più volte. Qualche mese fa la Nuova Sardegna ci ha costruito un dibattito, partendo dallo stupore che quasi metà dei sardi si sentisse solo sardo.

In un mondo non distopico ci stupiremmo del contrario, cioè che il 100% dei sardi (appunto) non si senta lapalissianamente sardo.
A seguire c’è la domanda successiva: dove va il voto elettorale di quella percentuale maggioritaria di sardi?

Il sentimento di appartenenza è un dato di partenza da cui può dipanarsi la questione identitaria, e qui è da chiarire un aspetto importante: per identità va intesa quella culturale dinamica e aperta, costruita tramite socializzazione, non un ritorno a su connotu antimoderno ed esclusivo. Assolutamente non è una questione genetica.
Non a caso l’indipendentismo moderno di Simon Mossa nasce etnico (oggi meglio culturale) dentro ad un’Europa dei popoli.

Ma la questione è più profonda.
Dal libro di Adriana Valenti Sabouret (Rivoluzionari Sardi in Francia. Personaggi e documenti, Arkadia) apprendiamo che Angioy parlava italiano con le popolazioni del Logudoro e che Muroni faceva da traduttore.

L’imposizione dell’italiano in Sardegna non è avvenuta dall’unità d’Italia in poi, ma da quando il ministro piemontese Bogino, nel 1760, cento anni prima dell’unità, decise che era tempo di despagnoleggiare l’isola. Dal tempo di Angioy distano poco più di 30 anni, troppo poco per dimenticare. Chiaro che è stata una scelta.

Parlarne non è atto di lesa maestà o demolizione dei miti. La risposta non abbassa di un millimetro il valore di Angioy, semmai svela dei meccanismi accaduti “naturalmente” in tutte le colonie del mondo: questi meccanismi vanno raccontati e assorbiti in quanto tali, non per assolverci, ma per elaborare correttamente quanto ci è accaduto.

Oggi, con nuova consapevolezza, possiamo dire che abbiamo rinunciato alla nostra lingua come hanno fatto tutte le colonie. Ed è su questa nuova consapevolezza che si fonda il dato da cui partire, cioè se nella storia non abbiamo mai ragionato in questi termini, come ora, significa che qualche passo avanti l’abbiamo fatto.

In un contesto in cui ci viene insegnato che in Sardegna non c’è storia, cultura, letteratura, impresa, che la nostra lingua non ha valore e non merita di essere studiata, il rischio è quello di creare generazioni di depressi costretti ad emigrare perché “qui non c’è niente”.
Questi meccanismi sono stati spiegati molto bene anche da Bachisio Bandinu, oltre che da Simon Mossa.

Tutto è perduto?
Assolutamente no, ma è necessario rendere la lingua, la storia e la letteratura sarda obbligatori a scuola, in ogni ciclo scolastico, come condizione necessaria non sufficiente.

41-Bis e Scuola, Todde chiama alla piazza (con sottofondo di musica epica)

La Sardegna è sotto attacco su parecchi fronti, dalle servitù militari (che Todde ha definito “sostenibili”), alla speculazione coloniale delle rinnovabili (di cui è, ed è stata, protagonista), dalla RWM (su cui ha deciso di farsi commissariare).

L’anno scorso ha capeggiato il fronte contro l’autonomia differenziata del nord, per cui ha preso in mano la bandiera centralista, da che pulpito ora chiede autonomia?
La sua chiamata, da centralista, non difende la Sardegna dall’Italia, ma riporta lo scontro tra sinistra e destra italiane. È una chiamata strumentale, gli errori strategici si pagano.

E sulla scuola: la Sardegna si oppone agli accorpamenti, il governo la punisce: niente fondi Pnrr per la Scuola.

In risposta, dalla Sicilia, colpita dal ciclone Harry, Schifani fa trasferire in Sardegna i detenuti al 41-bis: Con la possibile nuova distribuzione finirebbero nell’isola 280 boss.

Prefettocratzia, a foras s’italia de sa Sartiglia

«Casco e corpetto obbligatori, nessuna deroga»: pugno duro del prefetto sulla Sartiglia

Chi rappresentano i prefetti?
Da anni il prefetto si oppone alla costituzione di via Regina Margherita a Bonorva, il Tar diede prima ragione al comune, poi al prefetto.
Ora la Sartiglia.

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La Sardegna:

immagine: weimax.com

Questa settimana l’ormai ex presidente di Assemblea Natzionale Sarda, Riccardo Pisu Maxia, viene intervistato dalla rivista Centro Studi Dialogo.
Se volete capire chi è, e cosa fa Assemblea Natzionale Sarda guardate il video.


Copertina: Unione Sarda





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