Sardo. Identità o diritti civili?

Qualche tempo fa ho avuto la fortuna di ascoltare le parole di un giovane militante di una formazione politica nell’orizzonte dell’autodeterminazione. Sosteneva: «La questione linguistica non è tanto importante e mi preoccupa il sentire che si insiste sempre su questo tema, mentre ci sono altre questioni fondamentali ora. È una questione imposta dall’alto, lontana dalla vita di tutti i giorni».
Sulle prime sono rimasto stranito, eppure allo stesso tempo gli sono estremamente grato, perché mi ha permesso di risignificare la mia tensione per la questione linguistica attraverso il suo sguardo.
Questo articolo nasce quindi dalla necessità di dargli il contributo che mi è rimasto in gola. Per farlo, intendo muovere da un commento presente sotto un articolo di giornale che trattava il tema della lingua, ma da un punto di vista diametralmente opposto al mio.
Ne riporto una parte:
«Sono grato alla mia maestra. Non consentiva il sardo in classe. Era la lingua di mamma mentre faceva la contadina e di babbo mentre spalava pietrame sulla ferrovia. Lì ho iniziato l’utile dimestichezza con la lingua nazionale. E ti garantisco che in quarta elementare distinguere il complemento di moto a luogo da moto da luogo o la proposizione soggettiva da quella oggettiva, beh, ha reso più lisce le medie e più scorrevole il ginnasio».
Fermiamoci un secondo e spogliamoci del giudizio sulle posizioni sostenute. Tendiamo, almeno noi, le orecchie alle sue parole.
Osserviamo bene il ragionamento e l’urgenza espressiva: basta poco per capire che viene da una vittima della stessa violenza che vorremmo combattere, combattendo le sue parole, combattendo lui.
È il commento rabbioso di chi si è visto vietare l’utilizzo della propria lingua madre proprio nello spazio che le era naturale.
È una violenza fortissima, che si somma alla violenza di classe, alla colpevolizzazione legata ai mestieri dei genitori: dalla madre contadina al padre operaio, miseri perché umili e sardofoni.
L’antidoto contro la miseria è presto servito: ecco che arriva l’utile lingua nazionale.
Perché in questo contesto è utile la lingua “nazionale” (italiana)? Perché è la lingua di ogni ambiente di lavoro, del sapere e della formazione, della cura, dei tribunali, dei decisori politici.
In brevissimo, rappresenta la lingua del potere nello Stato italiano, la lingua di ogni contesto pubblico e istituzionale. Un sapere necessario che non è stato aggiunto, ma imposto, mentre si privavano i popoli dell’abecedario di sé stessi.
Per il prosieguo della vita, è stata resa necessaria la rinuncia all’identità personale e collettiva, culturale e linguistica. È stato dato un taglio netto a questo fatto increscioso di poter esistere come si è. A dispetto di ogni estrazione etnica, geografica, socio-culturale, si è dovuti diventare altro per poter ricevere rispetto, tranquillità, riconoscimento e dignità.
Alla luce di questo, la lingua italiana non la definirei solo utile. È stata resa necessaria e dunque non si può biasimare una vittima per aver seguito la strada già delineata, che le ha permesso di sopravvivere, anche se questo ha significato conformarsi. Non ci racconta una storia resistente.
È ingiusto parlare di tradimento, ma al contempo occorre far riemergere tutta la violenza sottesa all’imposizione linguistica.
L’utilità individuale del percorso di deculturazione è stata reale: un sacrificio obbligatorio e innegabile.
Non solo sul piano individuale ma anche su quello collettivo: è un’oppressione che ci tocca tutti, nella continuità geografica e generazionale, da Capo Teulada alla Maddalena, dai nostri bisnonni ai nonni, ai genitori, fino a noi stessi e, per chi è millennial e ha figli, anche alle generazioni future.
Veniamo tutti da questo adattamento, vittime persino quando fingiamo di credere che la lingua che ci si muove in bocca debba necessariamente essere l’italiano.
A questo punto non rimane che ritrarre gli artigli e ascoltare chi, pur nella tua stessa barca, si nega ancora — ferito e inconsapevole — il fatto di avere qualcosa in comune con te: radici, storia.
Ora, ho nominato alcuni contesti della vita pubblica e vorrei approfondire meglio con esempi concreti.
Cicitu Masala:
«Quando ero bambino in paese parlavamo tutti in lingua sarda. Nelle nostre case non si parlava nessun’altra lingua. E io cominciai a conoscere tutte le cose del mondo nella lingua nativa. A sei anni andai in prima elementare e il maestro proibì a me e ai miei coetanei di parlare nell’unica lingua che conoscevamo: dovevamo parlare in lingua italiana, “la lingua della Patria”, ci diceva serio. Fu così che tutti i bambini del paese entravano a scuola svegli e allegri e ne uscivano intontiti e tristi».
Quanta violenza hanno dovuto affrontare, e devono ancora affrontare, i bambini sardofoni nella scuola italiana in Sardegna?
Potrei parlare anche del processo di Beniamino Zuncheddu, che a causa di una non corretta interpretazione di una sua frase in sardo ha scontato più di trent’anni in prigione prima di essere rilasciato.
Preferisco però dare spazio alla mia esperienza diretta.
In guardia medica, così come in altri contesti di cura, mi è spesso capitato di parlare in sardo con i pazienti. Ho sempre notato che si illuminavano in volto, grazie alla riduzione dello sforzo intellettuale, soprattutto in momenti di estrema fragilità.
Ma la luce non dipende solo da questo: avvicinarsi emotivamente al paziente, grazie a un codice condiviso che comunica alla sua sfera più intima, l’ho sempre considerato un atto di cura, ancora prima che un facilitatore dell’interazione.
In questo modo la lingua minorizzata, con la sola presenza, diventa veicolo di quel rispetto, dignità e riconoscimento sottratti. Il suo impiego diventa riparazione.
In Catalogna, come nel resto d’Europa e del Mediterraneo, il tema è ben conosciuto. Si parla dei diritti del paziente nel fine vita, compresi i diritti linguistici. Circola infatti la frase: «Il medico che non parla nella lingua del paziente, non è un medico, è un veterinario».
Alla luce di quanto detto, posso rispondere che la questione linguistica non solo non è un tema calato dall’alto, ad opera di qualche intellettuale annoiato, ma riguarda fondamentalmente i diritti civili di un individuo.
È un’istanza non solo democratica, ma trasversale a molte altre rivendicazioni.
L’utile lingua nazionale.
Il fatto che l’italiano sia una lingua utile (e che sia nazionale) non è naturale. È ovviamente utile nella misura in cui è imposta, rendendo impossibile o dispendioso utilizzarne delle altre.
Ma questa utilità è valida esclusivamente nel breve termine e per una somma di individualità. Padroneggiarla è ingrediente fondamentale di uno sgomitare competitivo verso un ipotetico successo, che poco ha a che vedere con un vantaggio collettivo e duraturo.
Banalmente, “l’utilità”, per essere tale, dovrebbe invece assomigliarci di più. Occorre spiegarlo, far scaturire e diffondere quella consapevolezza che è condizione necessaria per ottenere la libertà sufficiente a prendersi la responsabilità di fare pressione per i diritti linguistici.
All’autore del commento auguro, in un ipotetico futuro, la possibilità di scegliere per suo figlio un’educazione nell’utile lingua de su Logu senza togliere niente alle sue convinzioni né alla sua esperienza.
Utile, perché l’avremo resa noi tale: centrale, istituzionale, pubblica.
Utile, al di là dei benefici oggettivi del bilinguismo.
Ma più di tutto gli auguro che torni a suonargli dolce la lingua di mamma.
Immagine: alloranews.com
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Grazie per l’articolo, molto chiaro.
Commento per ora solo su un passaggio del quarto paragrafo, quello in cui dice:
“E ti garantisco che in quarta elementare distinguere il complemento di moto a luogo da moto da luogo o la proposizione soggettiva da quella oggettiva, beh, ha reso più lisce le medie e più scorrevole il ginnasio”.
E mi chiedo: ma se il signore avesse studiato in una scuola sardofona di una nazione sardofona, non glielo avrebbero insegnato anche in sardo a distinguere
il complemento di moto a luogo (A)
es.: Issu est andende a New York
dal complemento di moto da luogo (DAE, o DE nelle parlate centro meridionali)
es.: Issa est torrende dae Buenos Aires
?
Per il resto vale tutto ciò che ha scritto l’autore Nicola Piu
Bellissimo articolo. Ora immaginatelo scritto in sardo.
una lingua non è semplicemente l’insieme di lessico, morfologia, sintassi e grammatica, è anche il modo con il quale gli appartenenti ad una comunità guardano il mondo e guardano sé stessi. È il nostro modo di percepire la realtà, il nostro sguardo sul mondo. E se smettiamo di usare la nostra lingua e ne usiamo un’altra, inizieremo necessariamente a guardare il mondo, e anche noi stessi, con lo sguardo altrui, e anzi, forse abbiamo già iniziato a farlo. (cit.)