Lingua sarda: identità, politica e uso quotidiano. Oltre la nostalgia

Approfondimento dal convegno “Raighinas de identidade” svoltosi a Siligo
È una questione di cui si dibatte spesso, in Sardegna, quella delle lingue. Cosa fare per riportarle – o farle entrare, a seconda della fascia d’età – nella vita di tutti i giorni. Di cosa si può parlare in sardo, e quali sono gli strumenti per far sì che questo importante patrimonio linguistico non venga disperso. Non c’è tanto tempo, questo è evidente: bastano un paio di generazioni ancora per vedere un pesante fardello di nostalgia sulla tematica. È una questione culturale? È solo una questione culturale? Bastano gli strumenti messi in atto dalla Regione Sardegna – bando Imprentas, destinato a incentivare l’uso delle lingue minoritarie nel territorio sardo? Basta il Piano di politica linguistica (in attuazione della Legge Regionale 22/2018) per la tutela e valorizzazione di tutte le varietà della lingua, sportelli linguistici, attività culturali e simili – per farla davvero entrare nella vita di ciascun sardo?
Di questo si è discusso a Siligo, domenica 14 dicembre, in un convegno dal titolo “Raighinas de identidade”, che ha visto la partecipazione di esperti di linguistica, semiotica, sociolinguistica, matematici e informatici, ma anche content creator attivi sui social, tra cui Caterina Roselli – creatrice della pagina Instagram A fatta di soli – ed Emiliano Mulas (conosciuto come DocMulas), che hanno mostrato come le lingue sarde possano essere veicolate in contesti digitali e quotidiani, e come si possa parlare, per esempio, di letteratura russa o di questioni sociali (come il femminismo) in gallurese, senza nessun problema.
Il problema, in realtà, esiste: non è oggettivo, ma culturale, perché, se tra i commenti sotto ai contenuti in gallurese postati, c’è ancora qualcuno che scrive “Che vergogna, parlare in Gallurese di queste cose…” pensando che ci siano lingue colte e lingue “grezze”, lingue che possono essere utilizzate per parlare di argomenti intellettualmente elevati, come l’italiano, e lingue che debbano stare chiuse nello scrigno delle parole legate “ai sentimenti”. Parole come “A tie solu bramo” o “Istella mia”, o “Terra mia”, a seconda di chi sia l’oggetto (o il soggetto) del sentimento, acquistano il valore della densità emotiva, dando una connotazione forte a ciò che si vuole dire. Perché dire “la mia terra”, per un sardo, e dire “sa terra mia” ha un valore diverso.
Detto ciò, il sardo non può (e non deve) essere relegato a questa sfera, perché ha la stessa valenza linguistica delle altre lingue: è solo una questione culturale o, per dirla come Franciscu Sedda – intervenuto anch’egli al convegno – “una questione politica”. Per citare testualmente Sedda: “Quando non ci si concepisce più come una nazione, il sardo diventa un dialetto.” E parlare in dialetto significa porsi ai margini della modernità, in una cunetta di transizione dove trovano posto solo proverbi, imprecazioni e battute. O anche, come già detto, parole d’amore ad alto livello di romanticismo.
Finché saremo convinti di vivere in una terra povera e inferiore in termini di cultura e vivacità imprenditoriale rispetto ai posti “che contano”, non ci sarà da stupirci se al sardo sarà accompagnato un velo di arcaicità e arretratezza, quando non di mera vergogna (ancora oggi!). Il convegno di domenica è servito per porsi diversi interrogativi, per accendere un faro su qualcosa che, troppo spesso, resta chiuso negli ambienti accademici; qualcosa che, i non addetti ai lavori, si stancano spesso anche di provare a capire. È una questione complessa, che riguarda tutti, e che non può limitarsi a discussioni sui social, o davanti al bancone del bar (il che è la stessa cosa), non si tratta solo di far capire, ad esempio, che “frègula” non è la stessa cosa di “fregola”, ma di comprendere perché è giusto conservare questo immenso patrimonio linguistico.
Ma per riconoscerne l’importanza è necessario, prima di tutto, capire di cosa stiamo parlando. Studiare – un minimo! – la nostra lingua. Riconoscerle il valore che ha. Perché è così difficile, lo sappiamo tutti, almeno quelli della mia generazione (i nati alla fine degli anni Settanta): quante volte, da bambini, abbiamo provato a parlare in sardo, suscitando l’ilarità spiacevole dei parenti, che ci guardavano come un vitellino che non riesce a mettersi in piedi? E quante altrettante volte, anche a scuola, abbiamo utilizzato in un tema una parola in sardo, vedendola poi cancellata in rosso, evidenziata in modo che fosse chiara la sua “non correttezza”? Mi ricordo un tema di un bambino che, negli anni Ottanta, aveva scritto, in un tema “mia nonna, quando si arrabbia, lancia frastimi”. La parola “frastimi” segnata con il rosso fuoco, all’insegna del rogo depurativo della correttezza linguistica. Non corretta in modo da far capire che si trattava di un lemma appartenente a un’altra lingua, non utilizzata nel contesto scolastico. Frastimi: una parola sbagliata, scritta male. La parola corretta dovrebbe essere “frastimus” ma noi eravamo avvezzi ad italianizzare tutto, perché fosse accettato, dignitoso e scolasticamente impeccabile. Certo fa sorridere, anche, perché denota una certa resistenza culturale che poi, con gli anni, ci hanno fatto perdere.
Può sembrare strano, ma quei segni rossi sono ancora vivi nella memoria di quei bambini, oggi adulti; io per prima. Ed è difficile tramandare ai posteri ciò che non si conosce. Così come è difficile, da parte dei bambini che non sentono parlare la lingua, iniziare a parlarla. Qualcuno, tempo addietro, un certo Charles Marie de La Condamine (matematico, geografo, avventuriero), aveva ipotizzato un metodo per imparare il latino: l’idea dello studioso era quella di costruire un paese ad hoc dove si parlasse solo quella lingua, ormai scomparsa, e farci nascere e crescere dei bambini. Così, senza alcun sforzo, quei bambini avrebbero imparato il latino, allo stesso modo in cui riescono ad apprendere ogni lingua.
Sarebbe possibile, oggi, creare un paese dove si parla solo il sardo? L’esempio di Carloforte potrebbe tornare utile. Così ha affermato il sindaco dell’unica città dell’Isola di San Pietro, Stefano Rombi: «Il tabarchino è un elemento fondamentale della nostra identità: una lingua viva, usata ogni giorno, nata dall’incontro tra culture diverse — ligure, sarda, araba e campana — che dimostra come le differenze possano convivere e rafforzarsi a vicenda. Carloforte vuole essere parte attiva di questo processo di rivitalizzazione, perché queste identità non vadano disperse». Il concetto è semplice e chiaro: quando “la lingua è usata ogni giorno” ci sono buone speranze che non vada dispersa. Ma questo deve essere frutto di un’azione spontanea (e chi è più spontaneo dei bambini?) non (o almeno non solo) frutto di istruzioni legate a strumenti per la valorizzazione e tutela. Se è utile seguire approfondimenti su storia e archeologia in lingua sarda, sulle televisioni locali – un esempio valido e culturalmente rilevante è rappresentato dalle trasmissioni condotte dall’archeologo e divulgatore scientifico Nicola Dessì su Tele Costa Smeralda – non ci si può illudere che questo serva a colmare un vuoto linguistico esistente da anni.
Quanto tempo abbiamo ancora? Quali sono gli strumenti e i mezzi che possiamo utilizzare per contribuire, nel nostro piccolo, a contrastare questa perdita? Quella di Siligo è stata una vera e propria lectio magistralis collettiva, tenuta fuori dall’università, a uso e consumo della cittadinanza. Per approfondimenti su ciò che è stato detto, rimando al mio articolo integrale:
È importante che questi temi vengano discussi il più possibile, così come è importante che di sardo si parli, ma allo stesso tempo che lo si parli, in modo che non diventi una discussione sterile utile solo a far brillare i propri titoli (accademici o istituzionali) in pubblico. Questo, per evitare, come ammoniva Remundu Piras – poeta di Villanova Monteleone tra i più strenui difensori della lingua sarda – che si arrivi a de-sardizzare i nostri figli, anche in senso lato.
Immagine: algherolive.it
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«è importante che di sardo si parli, ma allo stesso tempo che lo si parli» Bene, Daniela Piras!
Ma arguai a l’iscrìere!
Ojamomia ita dannu e segamentu de conca (po no narri de matza). Preigadores bonos e, “razzolatori” ateretantu!