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Una risposta al giornale Domani a proposito dei “ritardi” della Sardegna sulle rinnovabili

Leggo con dispiacere l’articolo del giornale Domani (Da Meloni alla Sardegna M5s, i veri motivi del caro energia), a firma di Stefano Vergine, che segnalerebbe i ritardi della Sardegna riguardo alla transizione energetica. Il quotidiano non è l’unico in Italia ad avere questa impostazione, è un approccio che nasce principalmente dalla non conoscenza delle questioni sarde, e che riferiscono con uno sguardo di chi pretende di avere la ragione centralista, e delle ragioni dei territori non vuole saperne.

L’impianto di base dell’articolo è leggermente datato rispetto alle recenti “disavventure” delle rinnovabili in Spagna e in Germania. Nel 2024 in Germania c’è stata la “siccità energetica” (concomitanza di scarsità produttiva eolica con fisiologica bassa produzione solare); in questi giorni si sta verificando l’esatto contrario, cioè un surplus produttivo rispetto alla domanda, che genera problemi di sostenibilità della rete, e che ha comportato la decisione di spegnere alcuni impianti.

Il problema è l’accumulo dell’energia, l’ideale sarebbe conservare il surplus dalla primavera all’inverno, ma i sistemi di stoccaggio BESS su cui i sistemi stanno puntando, non sono efficienti nel lungo termine. È il problema principale, ci troviamo con un surplus produttivo in primavera /estate e scarsa produzione in inverno.

Le reti e i cavidotti non sono sufficienti da sole, non risolvono la stagionalità, dato che i territori collegati non sono così distanti da avere stagioni diverse (quando è inverno in Sardegna è inverno anche in Sicilia).

Nell’articolo si parla di caro energia, ma in questi giorni il prezzo dell’energia è diventato negativo in Spagna e in Germania, ed esiste un rischio per le aziende che hanno investito di vedere saltati i propri business plan proprio nel periodo di maggiore produttività. Proprio in questi giorni è arrivato il conto del blackout spagnolo, in cui le indagini sono ancora in corso, tra carni scongelate, macchinari distrutti, e altri danni, la cifra viene quantificata in diversi miliardi.

Ma veniamo al punto: nell’articolo si sostiene che la Sardegna è in ritardo, e qui bisogna capire su quali basi viene indicato il ritardo.

Un errore classico che viene attribuito al sistema sardo è quello di valutare la quota di rinnovabili rispetto alla produzione totale, ma qui sorge subito un equivoco.
La Sardegna esporta già ora l’incredibile cifra di 5 TWh/anno.
Dunque, dall’Italia potrebbero decidere di farci esportare 10 TWh e la Sardegna sarebbe ancora più in ritardo.

Si dà il caso, inoltre, che la quota esportata non sia tanto diversa dalla quota prodotta attraverso il carbone, per cui, ironia della sorte, siamo additati come inquinatori, ma nei fatti siamo inquinati. 

La Sardegna produce da rinnovabili (dati Terna) circa 4.100 GWh / anno, a fronte dei consumi interni di 7.600 GWh, cioè il 54%.
Questo dato indica che siamo avanti rispetto alla media italiana e a quella europea.

L’articolo accusa la Sardegna, ma, come spesso capita, la lettura da parte dei quotidiani italiani è alquanto lacunosa:
– non entra nel merito delle contestazioni locali;
– non valuta l’impatto paesaggistico, turistico o agricolo;
– non distingue tra opposizione ideologica e problemi progettuali concreti.

Sul primo punto, i comitati hanno da subito espresso un concetto, ribaltando l’ipotetica “transizione energetica”, in “speculazione energetica”.
Questo perché, tra le tante modalità di portare avanti le rinnovabili, i governi hanno scelto la via più rapida, ma anche quella che favorisce multinazionali, affaristi, faccendieri.

L’articolo si limita a ricalcare la narrazione corrente nel continente, secondo cui Todde sarebbe contro le rinnovabili. I comitati sono stati i veri protagonisti della rivolta anticoloniale, Todde ha seguito gli obiettivi del governo (installazione di 6.2 GW) e contemporaneamente ha cercato goffamente di mostrare ai sardi di essere contro la speculazione.

Todde ha proseguito in solitudine, ignorando la raccolta firme da record per la legge Pratobelo24, approvando leggi che non hanno bloccato l’aspetto speculativo delle rinnovabili.

Fin da subito i comitati, sorti in tutta la Sardegna, hanno proposto una via alternativa per le  rinnovabili, indicando le superfici già cementificate quali uniche aree idonee: tetti di case e capannoni, pensiline, parcheggi, piste ciclabili, ecc.

Uno studio del prof. Angelo Spena ha dimostrato che nei soli tetti dei capannoni industriali italiani esiste la capacità per gli 80 nuovi GW previsti da Pichetto Fratin.

Uno dei problemi evidenziati anche dalla soprintendenza per i beni culturali è che la Sardegna subirà una “sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno regionale previsto”.

La Sardegna ospita una densità di beni archeologici e identitari tra le più alte al mondo, e sulle bellezze naturali ha costruito la sua narrazione turistica.
C’è poi il problema dell’economia dei pescatori, ad esempio quelli del pregiatissimo tonno di Carloforte, e dell’agricoltura.

Queste servitù si sommano a quelle storiche: abbiamo oltre il 60% di basi militari dell’intero territorio italiano, diverse volte l’anno le coste sarde sono bombardate per le esercitazioni; Quirra è una base sperimentale aperta alle sperimentazioni di diversi stati Nato; abbiamo la petrolchimica, spacciata come panacea di tutti i mali, nonostante il prezzo del carburante dei sardi sia il più caro d’Italia (giusto per smontare l’argomento che avere gli impianti in casa riduca il costo); è di questi giorni la notizia degli espropri per il metanodotto ad uso e consumo principalmente della Portovesme, un’azienda decotta altamente inquinante. E il carbone non chiuderà.

Tirando le somme, i vantaggi per i sardi sarebbero prossimi allo zero, avremmo delle perdite secche in altri settori dell’economia, con il territorio che diventerà una gigantesca area industriale a cielo aperto, con l’aggravante che dovrebbero, insieme agli italiani, rendere i soldi del PNRR.

Insomma, i comitati hanno chiesto una “transizione” democratica, che vada a vantaggio dei cittadini e non delle multinazionali, e che non vedano i territori soccombere sulla base di decisioni calate dall’alto.
Ma il governo italiano ha da poco tagliato gli incentivi alle Comunità Energetiche Rinnovabili.

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