Premiato negli USA “Sardinia: Beyond the Colonial Postcard”, intervista a Marc Démont

Il programma “Sardinia: Beyond the Colonial Postcard” riceve il premio internazionale GoAbroad Innovation Award 2026
L’isola al centro di un progetto pedagogico con l’ambizione di decolonizzare il modo di viaggiare e di imparare
Il programma “Sardinia: Beyond the Colonial Postcard”, ideato dal professor Marc Démont docente presso il Centre College nel Kentucky, USA, ha ricevuto il GoAbroad Innovation Award 2026 nella categoria Innovation in Global Citizenship, riconoscimento assegnato durante la conferenza annuale NAFSA di Orlando a programmi che propongono approcci innovativi all’educazione internazionale e all’apprendimento globale.
Marc Démont è professore di Francese e Linguistica al Centre College a Danville nel Kentucky (USA). Il suo percorso di ricerca intreccia filosofia e letteratura francese, cinema, studi queer e riflessione critica sull’educazione all’estero.
A partire da anni di direzione di programmi di studio in Francia e nel Mediterraneo — in particolare in Sardegna — propone un modello esperienziale attento ai luoghi, decoloniale e co-creativo, che invita gli studenti a imparare da e con i luoghi piuttosto che semplicemente sui luoghi.
A Fàulas, il festival che smonta i luoghi comuni sulla Sardegna, ha tenuto un Talk dal titolo “Studiare la lingua sarda è inutile! Fàula?”
In questa intervista, Démont racconta del premio assegnato al programma, le scelte pedagogiche, le sfide e le intuizioni che hanno guidato l’evoluzione del programma.
Che cos’è “Sardinia: Beyond the Colonial Postcard”?
È un programma di esperienza di studio all’estero che negli ultimi tre anni ha cercato di andare oltre lo sguardo turistico combinando riflessione critica, pratiche contemplative e apprendimento radicato nel territorio.
Gli studenti si confrontano con temi quali patrimonio culturale, sostenibilità, colonialismo interno, turismo responsabile e sviluppo economico centrato sulle comunità locali, riflettendo al contempo sulle proprie assunzioni e abitudini percettive nel momento dell’incontro interculturale.
In cosa sta l’innovazione di questo programma?
Ciò che distingue il programma Sardegna è che la sua innovazione più significativa non è nata dal cambiamento del tema del corso, bensì dal ripensamento del modo in cui gli studenti vi si rapportano.
Il programma si è sempre concentrato su questioni di colonialismo interno, patrimonio culturale, impatto del turismo sui luoghi e identità in Sardegna.
Tuttavia, dopo la prima edizione del corso, mi sono reso conto che, sebbene gli studenti fossero intellettualmente coinvolti in queste tematiche, tendevano spesso ad affrontarle in modo molto astratto. Comprendevano i concetti ed erano in grado di discuterne in modo approfondito, ma non sempre li percepivano come realtà vissute che plasmano l’esperienza quotidiana delle persone che incontravano.
Mi sono chiesto come l’educazione all’estero potesse aiutare gli studenti non soltanto a comprendere una questione, ma anche a riconoscerne le dimensioni umane ed esperienziali. Per me era importante che gli studenti andassero oltre le concezione della cultura come semplice oggetto di studio e iniziare a confrontarsi con essa come una realtà vissuta.
Da cosa è nata questa domanda pedagogica?
In parte dalla mia esperienza personale di apprendimento della Sardegna.
Le dimensioni critiche del programma non derivano soltanto dalla letteratura accademica, ma da anni di conversazioni con attivisti sardi, studiosi, professionisti del turismo, artisti e membri delle comunità locali. Queste relazioni hanno trasformato il mio modo di comprendere questioni come il colonialismo interno, la minorazione linguistica, il patrimonio culturale, la sostenibilità e il turismo.
Com’è insegnare in questo programma? Sembra essere complesso, soprattutto nell’adozione del punto di vista…
In realtà il mio ruolo consiste meno nel fare lezione e più nel facilitare incontri, creare opportunità di dialogo e aiutare gli studenti a riflettere su ciò che vivono.Sebbene io progetti il curriculum e strutturi l’esperienza formativa, non mi considero la principale fonte di conoscenza sulla Sardegna.
Per molti aspetti, gli insegnanti più importanti del programma sono le persone che gli studenti incontrano lungo il percorso.
Uno dei vantaggi del non essere io stesso uno specialista della Sardegna è che spesso posso occupare la stessa posizione degli studenti: porre domande, confrontare prospettive e rimanere attento alle contraddizioni piuttosto che cercare di risolverle.
In che modo gli studenti si confrontano con la realtà multiculturale e policentrica della Sardegna?
Gli studenti non incontrano un’unica prospettiva sarda. Alcune delle persone che incontrano si identificano fortemente con la cultura e la lingua sarda; altre si identificano principalmente come italiane. Alcuni abbracciano concetti come quello di colonialismo interno; altri li rifiutano. Gli studenti si confrontano con disaccordi, tensioni e interpretazioni concorrenti.
Piuttosto che presentare la cultura come un insieme coerente e unitario, questi incontri la rivelano come stratificata, contestuale e plasmata da storie, esperienze e posizioni sociali differenti. Con il tempo mi sono reso conto che una delle lezioni più importanti che gli studenti potessero apprendere all’estero non fosse una particolare interpretazione della Sardegna, bensì un diverso rapporto con la cultura stessa.
Dopo diverse settimane di conversazioni, esperienze sul campo e riflessione, uno degli studenti mi disse: «A essere sincero, non ho più idea di cosa significhi cultura». Gli risposi: «Bene. Era proprio questo il punto». L’obiettivo non è mai stato sostituire una definizione con un’altra, ma incoraggiare gli studenti a diventare più attenti alla complessità, all’ambiguità e alle molteplici realtà che coesistono all’interno di qualsiasi contesto culturale.
Come intende l’approccio decoloniale nell’ambito dell’educazione all’estero?
La decolonizzazione viene spesso discussa in termini di contenuti: quali storie vengono insegnate, quali voci vengono rappresentate, quali prospettive vengono escluse. Intendiamoci, si tratta di aspetti essenziali, ma per me la sfida andava oltre la rappresentazione. Riguardava anche l’organizzazione stessa della conoscenza, lo sguardo di cui si è portatori e portatrici.
Ho progressivamente iniziato a considerare le persone del luogo non come semplici esempi che illustrano concetti sviluppati altrove, ma come partecipanti essenziali alla produzione della conoscenza. In questo senso,il corso cerca di decentrare sia il docente sia l’aula come luoghi esclusivi dell’expertise. Una pedagogia decoloniale implica molto più che criticare le narrazioni dominanti: richiede la creazione di spazi in cui differenti forme di conoscenza, esperienza e attaccamento possano coesistere ed essere prese sul serio.
In che modo affronta nel programma il rapporto tra sapere tecnico-scientifico e conoscenza vissuta delle comunità locali?
Questioni legate allo sviluppo dell’energia verde, all’uso del territorio, alla militarizzazione, al turismo o al patrimonio culturale vengono spesso presentate come problemi tecnici o amministrativi che richiedono soluzioni oggettive. Eppure sono inseparabili dai legami che le persone intrattengono con i luoghi, i ricordi, i paesaggi, le lingue e i modi di vivere.
Nei dibattiti riguardanti questi temi,il sapere locale viene spesso ridotto a una questione di sentimenti o resistenza al cambiamento, mentre la conoscenza di ingegneri, urbanisti o esperti esterni viene presentata come neutrale e oggettiva.
Una delle domande che esploriamo nel corso è se esista davvero una forma di conoscenza completamente separata da valori, attaccamenti e investimenti emotivi. Piuttosto che opporre ragione ed emozione, il corso incoraggia gli studenti a esaminare come differenti forme di conoscenza emergano da differenti modi di abitare, valorizzare e relazionarsi al mondo.
Come si traduce tutto questo in pratiche concrete all’interno del programma?
Da un lato, gli studenti affrontano criticamente questioni come il colonialismo interno, il turismo sostenibile, il patrimonio culturale e la costruzione dello sguardo turistico. Dall’altro, partecipano a pratiche riflessive strutturate, pensate per coltivare attenzione, osservazione, consapevolezza corporea e consapevolezza di sé.
Piuttosto che contestare immediatamente gli studenti quando reagiscono a un’esperienza dicendo «mi è piaciuto» oppure «non mi è piaciuto», pongo spesso una domanda diversa: perché? Perché hai reagito in quel modo? Quali aspettative, supposizioni o esperienze hanno plasmato quella reazione? Per molti aspetti, l’obiettivo è rivolgere lo sguardo turistico verso l’interno: gli studenti imparano non solo a esaminare un’altra cultura, ma anche a esaminare se stessi come esseri culturali.
C’è un esempio concreto di esperienza sul campo che considera particolarmente significativa?
Un esempio è la nostra visita al paese di Sorgono durante la festa di Sant’Antonio e Sa Tuvera. Sorgono offre agli studenti un’esperienza della Sardegna molto diversa. La festa ruota attorno a un grande falò comunitario e a diversi giorni di celebrazioni, musica, danza e socialità.
Ciò che rende questa esperienza particolarmente significativa è che non è organizzata per i visitatori. Gli studenti non sono spettatori che assistono a una rappresentazione culturale pensata per i turisti. Al contrario,si ritrovano a partecipare a un evento che esiste già per la comunità stessa.
Sorgono rappresenta un punto di svolta nel programma perché trasforma la comprensione intellettuale in esperienza vissuta.
Il programma è il frutto di un lavoro collettivo. Chi sono le persone che ne hanno reso possibile lo sviluppo?
Lo sviluppo di queste esperienze non sarebbe stato possibile senza la collaborazione di molte persone. In particolare, Alessio Murru è stato un partner indispensabile nell’evoluzione del programma. Sebbene raramente cerchi i riflettori, molte delle relazioni, delle conversazioni e delle opportunità che plasmano l’esperienza degli studenti esistono grazie al suo lavoro e al suo impegno.
Più in generale, il programma è sostenuto da una rete di collaboratori e comunità diffuse in tutta la Sardegna: Federica Marrocu, Enrico Putzolu, Sara Corona, Ivan Monni, Riccardo Pisu Maxia, Manuel Cherchi, Michela Foddis, Enrico Mereu e la sua famiglia, Francesco e Francesca Manca, tra molti altri. Il programma assomiglia meno a un albero con una singola radice che a un rizoma: una rete vivente di persone, luoghi e idee che continua a evolversi.
Quali prospettive future intravede per il programma?
L’approccio rimane un lavoro in corso. I recenti sviluppi nelle scienze cognitive, nella cognizione incarnata e nello studio delle emozioni suggeriscono sempre più chiaramente che apprendere non significa semplicemente acquisire informazioni. Le nostre percezioni, emozioni, esperienze corporee e ambienti contribuiscono tutti a plasmare il modo in cui diamo senso al mondo.In definitiva, la mia ipotesi di lavoro è che l’esperienza di studio all’estero diventi trasformativa soltanto quando viene affrontata in modo olistico. La comprensione intellettuale è importante, ma esprime il suo massimo potenziale quando è connessa alla riflessione, all’emozione, alla percezione, all’incarnazione e all’esperienza vissuta.
Manca solo una cosa: questo premio, di che si tratta?
Il premio è stato annunciato durante la Conferenza Annuale NAFSA 2026 (NAFSA: Association of International Educators) a Orlando, in Florida, importante incontro internazionale dedicato alla mobilità studentesca, ai programmi di studio all’estero e all’educazione internazionale.
I GoAbroad Innovation Awards riconoscono programmi e istituzioni che sviluppano approcci innovativi e significativi all’apprendimento globale, all’educazione interculturale e alla formazione internazionale.
I vincitori vengono selezionati da una giuria internazionale composta da professionisti del settore e premiati per il loro contributo all’innovazione nelle pratiche educative.
Questo riconoscimento colloca la Sardegna al vertice di un ristretto gruppo di iniziative che ogni anno vengono segnalate per il loro contributo al futuro dell’educazione internazionale.
Immagine: Unione Sarda















